“Lettonia, il fronte è nella mente”

Angela Titova, esperta di guerra cognitiva formatasi all’Università di Firenze, analizza come la Russia sfrutti la divisione tra lettoni e russofoni in Lettonia, evidenziando due memorie e culture diverse all'interno dello stesso Stato. La situazione attuale è il risultato di una frattura storica che risale all'occupazione sovietica e alla successiva indipendenza del 1990. I russofoni, inizialmente sostenitori dell'indipendenza, si sono trovati in una posizione di non-cittadinanza, mentre i lettoni temono per la loro cultura. Recenti misure legislative hanno imposto requisiti linguistici ai cittadini russi residenti, suscitando preoccupazioni su possibili riacutizzazioni delle tensioni.
La Lettonia ha cercato di mantenere una coesistenza tra le due lingue, ma la Russia ha approfittato di questa situazione per alimentare la disinformazione e mantenere viva la frattura sociale. Le recenti elezioni hanno visto un'affluenza storicamente bassa, con i russofoni neutrali che si sono allontanati dalla partecipazione politica. Nuovi partiti, come “Potere Sovrano”, hanno cercato di attrarre questo elettorato, evitando di condannare pubblicamente la Russia.
Inoltre, il caso di Aleksejs Rosļikovs, leader di un partito filorusso, evidenzia le sfide che lo Stato lettone affronta nel contrastare l'influenza russa. Rosļikovs è attualmente ricercato per incitamento all'odio nazionale e ha trovato rifugio in Bielorussia, dimostrando la difficoltà delle autorità nel gestire agenti d'influenza. La situazione in Lettonia rappresenta un laboratorio della guerra cognitiva, con implicazioni significative per la sicurezza e la coesione sociale del Paese.
