L’attentato a Ranucci: “Nessun intenzione di ucciderlo, fu solo una farsa”

L'attentato a Ranucci: "Nessun intenzione di ucciderlo, fu solo una farsa"

Nel carcere romano di Rebibbia, Pellegrino D'Avino e Antonio Passariello, due dei quattro arrestati per l'attentato a Sigfrido Ranucci, hanno risposto alle domande dei magistrati in un lungo interrogatorio. Attraverso i loro legali, Generoso Pagliarulo e Antonio Falconieri, hanno sostenuto di non conoscere né Ranucci né il presunto mandante Valter Lavitola. Hanno affermato che i loro contatti si sono limitati a Gomes Clesio Tavares, collaboratore di Lavitola.

D'Avino e Passariello hanno chiarito che l'incarico ricevuto riguardava solo il posizionamento di un ordigno e non l'uso di armi da fuoco, opzione inizialmente considerata da Lavitola. Secondo la difesa, l'intento non era quello di ferire, ma di realizzare una messinscena intimidatoria. In base a queste dichiarazioni, i legali intendono presentare un'istanza per ottenere misure cautelari meno severe, come i domiciliari.

Le ricostruzioni fatte dai due arrestati sembrano confermare quanto già emerso, e l'avvocato di Lavitola, Sergio Cola, ha annunciato l'intenzione di acquisire i nuovi verbali in vista del riesame fissato per il 7 settembre. Tavares, attualmente all'estero, ha confermato di conoscere alcuni degli indagati, ma ha rifiutato di commentare sull'ordigno. Ha dichiarato la sua intenzione di tornare in Italia per chiarire la sua posizione con la magistratura, esprimendo anche un messaggio di sostegno a Lavitola. Tavares ha negato di essere un latitante, affermando che se volesse fuggire, andrebbe in Russia, dove non ci sarebbero rischi di estradizione.

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