Eurovision 2026 tra proteste, boicottaggi e accuse sul televoto: il caso Israele scuote Vienna
Fischi e applausi hanno caratterizzato la prima semifinale dell’Eurovision Song Contest 2026, tenutasi alla Wiener Stadthalle di Vienna, in particolare durante l’esibizione di Noam Bettan, rappresentante di Israele. Il pubblico ha reagito con slogan come “Stop the genocide”, mentre un manifestante pro-Palestina è stato rimosso dalla sicurezza. Quattro spettatori sono stati espulsi per comportamento di disturbo, come confermato dall’European Broadcasting Union (EBU) e dall’emittente austriaca ORF.
A differenza dell’edizione precedente, in cui le contestazioni erano state attenuate, la trasmissione di quest’anno ha mantenuto le reazioni del pubblico, una scelta difesa dal produttore esecutivo Michael Kroen. Tuttavia, nella clip ufficiale dell’esibizione, le contestazioni sono risultate meno evidenti, riaccendendo il dibattito sulla gestione dell’audio.
La presenza di Israele ha sollevato polemiche, con Irlanda, Islanda, Paesi Bassi, Slovenia e Spagna che hanno deciso di non partecipare per protestare. Fuori dall’arena, manifestazioni pro-Palestina hanno chiesto l’esclusione di Israele, paragonando la situazione attuale a quella della Russia dopo l’invasione dell’Ucraina. Gli attivisti hanno programmato ulteriori proteste, mentre il governo austriaco ha predisposto un ampio dispositivo di sicurezza.
Inoltre, un’inchiesta del New York Times ha rivelato come Israele abbia investito oltre un milione di euro negli ultimi anni per promuovere i propri artisti all’Eurovision, utilizzando strategie di soft power per migliorare la propria immagine durante il conflitto a Gaza. In risposta alle polemiche sul televoto, l’EBU ha modificato le regole, limitando il numero di voti per persona e introducendo controlli più severi. Nonostante ciò, Bettan ha continuato a invitare il pubblico a votare ripetutamente, alimentando ulteriormente le controversie.
