La strage di via D’Amelio, il tradimento della memoria e l’antimafia di facciata
Sono trascorsi oltre trentaquattro anni dalla strage di via D’Amelio, eppure le ombre che avvolgono la verità sull’attentato continuano a persistere. La questione non è tanto se la verità sia inarrivabile, quanto piuttosto se ci sia la volontà di cercarla. La scomparsa dell’agenda rossa di Paolo Borsellino, avvenuta sotto gli occhi delle istituzioni, rappresenta un simbolo di un depistaggio che ha segnato la storia repubblicana. La verità, se rivelata, potrebbe compromettere carriere politiche e l’immagine stessa dello Stato.
Oggi, Borsellino è celebrato da politici di ogni schieramento, ma questa consonanza è vista come ipocrita. La sua figura è stata trasformata in un mito, utilizzata per scopi retorici, mentre le sue idee di legalità e giustizia rimangono inascoltate. L’antimafia, un tempo un movimento di lotta concreta, è diventata un’etichetta di marketing, priva di sostanza e spesso associata a scandali.
Le mafie, nel frattempo, hanno evoluto le loro strategie, investendo piuttosto che ricorrere alla violenza. La politica sembra ancorata a un’immagine obsoleta della criminalità organizzata, mentre la vera mafia opera attraverso canali finanziari e professionisti che ne facilitano le attività.
La vera svolta nella lotta alla mafia richiede un impegno attivo da parte dei cittadini, che devono reclamare la responsabilità dalla politica e non delegarla esclusivamente a magistrati e forze dell’ordine. Solo così si potrà onorare realmente la memoria di Paolo Borsellino, rompendo il ciclo di celebrazioni vuote e complicità silenziose.
