Capaci, 34 anni dopo: la vendetta di Cosa Nostra contro il Maxiprocesso che la mise in ginocchio

Il 23 maggio 1992, l’autostrada Palermo-Trapani, nei pressi di Capaci, fu teatro di un attentato che costò la vita al magistrato Giovanni Falcone, alla moglie Francesca Morvillo e agli agenti della scorta Rocco Dicillo, Vito Schifani e Antonio Montinaro. L’esplosione, causata da mezzo quintale di tritolo, rappresentò l’apice di una strategia di vendetta di Cosa Nostra contro lo Stato italiano.

L’attacco fu una risposta alle condanne confermate dalla Corte di Cassazione nel gennaio dello stesso anno, che avevano sancito il successo del Maxiprocesso di Palermo. Questo procedimento, frutto del lavoro del pool antimafia guidato da Falcone e Paolo Borsellino, aveva portato alla sbarra centinaia di mafiosi, minando il mito dell’impunità della mafia. La sentenza, che inflisse ergastoli e pene severe ai vertici di Cosa Nostra, segnò un punto di non ritorno, spingendo la mafia a pianificare l’eliminazione di Falcone.

Oggi, la memoria di quegli eventi è ripercorsa nel libro di Piero Grasso, ex procuratore nazionale antimafia e magistrato coinvolto nel Maxiprocesso. In un’intervista con la giornalista Angela Caponnetto, Grasso racconta l’importanza di quel periodo, evidenziando le tensioni e le intuizioni investigative, ma anche il dolore per la perdita di colleghi. A distanza di 34 anni, la sua testimonianza non è solo un atto di memoria, ma un monito per le nuove generazioni: la mafia può essere sconfitta e l’eredità di Falcone continua a vivere nella lotta per la giustizia in Italia.

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