Avvelenate con la ricina, gli investigatori: “Sappiamo qual è il movente”
Dopo trentacinque giorni dall’emergere della ricina nel sangue di Antonella Di Ielsi e della figlia Sara Di Vita, gli investigatori del caso di Pietracatella hanno individuato un possibile movente, concentrando le indagini su cinque sospetti legati all’ambito familiare.
Le audizioni continuano presso la Questura di Campobasso, dove sono stati ascoltati oltre cento testimoni, tra familiari, amici e conoscenti delle vittime. Antonella, 50 anni, e Sara, 15 anni, sono decedute avvelenate a fine dicembre. Gli inquirenti stanno cercando di ricostruire le relazioni e i movimenti delle persone coinvolte, per chiarire eventuali contraddizioni emerse nelle testimonianze.
Particolare attenzione è rivolta alla cerchia familiare. Giovedì scorso, Gianni Di Vita, marito e padre delle vittime, è stato ascoltato per circa cinque ore. Il suo legale ha dichiarato che Di Vita ha negato l’esistenza di tensioni familiari o motivi di risentimento, confermando di non avere indicazioni su chi possa aver colpito la sua famiglia.
Le testimonianze raccolte saranno incrociate con i dati provenienti dai dispositivi sequestrati il 4 maggio nell’abitazione di via Risorgimento. I telefoni cellulari e i router acquisiti dagli investigatori potrebbero contenere informazioni utili per ricostruire i collegamenti alla rete wifi domestica nei giorni precedenti al malore delle vittime.
