Dietro le quinte della “mafia” senegalese
Il professor Vincenzo Musacchio, esperto di criminalità organizzata, analizza il fenomeno della cosiddetta “mafia senegalese”, spesso associata al commercio abusivo e al traffico di stupefacenti. Secondo Musacchio, il termine “mafia” è inadeguato se riferito a un’organizzazione gerarchica e rigidamente strutturata, come la ‘ndrangheta. Piuttosto, si tratta di reti criminali fluide che gestiscono traffici internazionali tra Africa ed Europa.
Le reti senegalesi sono attive principalmente nella contraffazione e nel traffico di droga. Importano merce dalla Cina e dalla Turchia, smistandola in Europa, e sono diventati attori chiave nel transito di cocaina verso il continente. In Italia, operano in modo discreto, evitando il controllo militare delle piazze di spaccio e utilizzando metodi rapidi per ridurre il rischio di arresto.
Musacchio sottolinea che le organizzazioni criminali italiane collaborano con i senegalesi, affittando territori e riconoscendo il valore della loro logistica. Le confraternite religiose, legate al muredismo, svolgono un ruolo importante nel mantenere l’unità tra i membri, creando legami basati sulla lealtà etnica e religiosa.
Il Senegal, grazie alla sua posizione geografica, è diventato un hub logistico per il narcotraffico mondiale. La droga viene trasportata via mare e poi distribuita in Europa. Tuttavia, il paese sta affrontando anche un’emergenza interna legata all’uso di sostanze sintetiche, come il “kush” e il “tramadolo”, che stanno devastando le periferie di Dakar.
La sfida per le autorità è complessa, poiché le reti criminali sono interconnesse e non centralizzate. È necessaria una strategia che combini azioni investigative, finanziarie e sociali, oltre a un rafforzamento dei controlli e a un’offerta di alternative legali per contrastare il reclutamento. Musacchio avverte che finché la criminalità rimarrà l’unica forma di sostegno per i nuovi arrivati, queste reti continueranno a prosperare.
