Sicurezza, economia, affari: la ricetta vincente del Pakistan mediatore in Medio Oriente
Negli ultimi giorni, il Pakistan ha assunto un ruolo di mediatore nel conflitto in Medio Oriente, mentre il secondo paese al mondo per popolazione sciita ha vissuto disordini e tensioni pro-Iran. La situazione è aggravata dalla scarsità di carburante, con migliaia di persone in fila alle stazioni di servizio. Islamabad si è posizionata come un interlocutore privilegiato, in grado di dialogare sia con Washington che con Teheran.
Con un confine di 900 chilometri con l’Iran, il Pakistan ha un interesse strategico nella stabilità del Baluchistan, una regione caratterizzata da instabilità. I rapporti bilaterali tra Pakistan e Iran sono solidi, sostenuti da motivazioni economiche e politiche. Il Pakistan, alleato della Cina, ha investimenti significativi in Baluchistan, ma mantiene anche relazioni con gli Stati Uniti.
Azim Munir, capo dell’esercito pakistano, gioca un ruolo cruciale in questo contesto. Con una forte presenza a Washington, Munir è coinvolto in questioni diplomatiche e ha partecipato a iniziative come la candidatura di Trump al Premio Nobel. Mentre il premier pakistano, Shehbaz Sharif, si è attivato per contattare gli ayatollah, Munir ha mantenuto un dialogo diretto con la Casa Bianca.
In un momento di crescente tensione, Sharif, con il supporto di Pechino, ha proposto una tregua e si prepara a ospitare il vicepresidente americano Kamala Harris e il presidente del Parlamento iraniano, Mohammad Bagher Ghalibaf, per colloqui significativi. Il successo di queste trattative è cruciale, non solo per il prestigio del Pakistan, ma anche per la stabilità economica, considerando che la guerra ha interrotto i flussi di denaro dei lavoratori pakistani nel Golfo, che ammontano a circa 30 miliardi di dollari all’anno.
