Il conflitto in Medio Oriente sta esercitando pressioni sui prezzi del greggio, influenzato dal ruolo dell’Iran come produttore di petrolio e dalla strategica importanza dello Stretto di Hormuz. L’Istat, nella sua Nota sull’andamento dell’economia, prevede una tendenza al ribasso delle prospettive economiche globali per il 2026. L’escalation del conflitto ha già provocato uno shock nell’offerta di prodotti energetici, con potenziali ripercussioni su crescita economica, occupazione e inflazione.
L’impatto economico della crisi attuale è difficile da quantificare e dipenderà dalla durata del conflitto e da possibili danni alle infrastrutture estrattive e alle rotte di approvvigionamento. Attualmente, la volatilità dei mercati suggerisce che non si è ancora completamente scontato un conflitto prolungato.
Nel frattempo, il commercio mondiale di merci ha mostrato segnali di decelerazione a dicembre. Secondo il Central Plan Bureau (CPB), gli scambi internazionali di beni sono aumentati dello 0,4% rispetto al mese precedente, in calo rispetto all’1,8% di novembre. Nel complesso, nel 2025, gli scambi sono cresciuti del 4,4%, un incremento significativo rispetto al 2024.
I prezzi delle materie prime energetiche continuano a salire, alimentati dalla chiusura dello Stretto di Hormuz e dall’acutizzarsi delle tensioni geopolitiche. Le quotazioni del Brent hanno superato i 100 dollari al barile per la prima volta dal 2022, mentre il gas naturale ha registrato un’inversione di tendenza dopo un calo significativo a febbraio.

