Delitto Mattarella, il Dna dell’impronta resta muto dopo 46 anni

La perizia sull’impronta rinvenuta sulla Fiat 127 utilizzata per l’omicidio di Piersanti Mattarella, presidente della Regione Siciliana assassinato a Palermo il 6 gennaio 1980, non ha portato a risultati significativi. Gli esperti, incaricati dal gip di Palermo, hanno lavorato per un anno su un frammento di fascetta para-adesiva, ma non sono riusciti a estrarre un profilo genetico utilizzabile.

L’impronta era stata trovata sull’auto dei killer, che non erano riusciti a distruggerla dopo il delitto. L’obiettivo della perizia era di ottenere un Dna da confrontare con quello dei due indagati, i boss mafiosi Nino Madonia e Giuseppe Lucchese, già detenuti per altri crimini. Il team di esperti includeva Ugo Ricci, noto per il suo lavoro su altri casi di omicidio, e altri professionisti dell’Università di Palermo e della polizia scientifica.

Tuttavia, il deterioramento del reperto ha reso difficile l’analisi, e anche il primo esame dattiloscopico non ha fornito risultati. La conclusione definitiva è stata che non esistono profili genetici utilizzabili per confronti. Inoltre, un guanto trovato nella vettura, che era stato fotografato e repertato, è scomparso, portando all’indagine dell’ex prefetto Filippo Piritore per presunto depistaggio.

Senza riscontri genetici, l’inchiesta contro Madonia e Lucchese si basa esclusivamente sulle dichiarazioni di collaboratori di giustizia. In passato, solo i mandanti mafiosi sono stati condannati per il delitto, mentre i neofascisti Valerio Fioravanti e Gilberto Cavallini sono stati assolti.

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