La strage del primo maggio a Portella della Ginestra
Il primo maggio del 1947, a Portella della Ginestra, si consumò una strage che segnò profondamente la storia siciliana. Durante un comizio, un gruppo armato, riconducibile alla banda di Salvatore Giuliano, aprì il fuoco su una folla di circa duemila persone, uccidendo undici individui, tra cui due bambini, e ferendone 27. La manifestazione si svolgeva in un clima di festa, con canti e bandiere, ma si trasformò rapidamente in un caos sanguinoso quando i partecipanti udirono un’esplosione simile a quella di mortaretti.
La Sicilia, reduce da anni di guerra, si trovava sotto il controllo della mafia, che aveva ripreso il potere dopo il fascismo, utilizzata come braccio armato dagli agrari contro le riforme agrarie. La strage avvenne in un contesto politico teso, a soli undici giorni dalla vittoria del Blocco del Popolo, composto da socialisti e comunisti, alle elezioni per l’Assemblea Regionale Siciliana. Questo evento scatenò una reazione armata da parte di forze legate al latifondo.
Le indagini sulla strage furono ostacolate e depistate, portando solo a poche condanne tra gli esecutori, mentre i mandanti rimasero impuniti. Il pubblico ministero Pietro Scaglione, che sarebbe stato assassinato dalla mafia ventiquattro anni dopo, parlò di una difesa degli interessi latifondisti. La strage portò all’esclusione del Blocco del Popolo dal governo della neonata Regione Siciliana, segnando l’inizio di un lungo periodo di repressione e disinformazione.
Questo tragico evento rappresentò un test per la creazione di un sistema di controllo e manipolazione che avrebbe avuto ripercussioni per decenni. Nel 1962, Francesco Rosi trasse ispirazione da questa vicenda per il film “Salvatore Giuliano”, che catturò l’essenza di quel periodo storico.
